Uscendo dalla caffetteria si accorsero che aveva cominciato a piovere. Quella pazza stagione, rispecchiava in pieno i vecchi detti popolari e, donava instabilità all'umore per i suoi repentini cambiamenti. Nessuno dei tre aveva con sé un ombrello e, per tale motivo, decisero di correre fino alla macchina. Il cielo si era oscurato e non sembrava più quello che avevano visto ore prima entrando nel locale. La corsa verso il parcheggio fu difficoltosa. Selvaggia indossava i tacchi, Malaisia una gonna stretta che le impediva bruschi cambi di direzione. Le strade del centro erano colme di barriere architettoniche create artificialmente dallo scarso senso civico dell'uomo. La pavimentazione sconnessa e scivolosa fatta di sanpietrini, le pozze nate dalla depressione naturale del terreno e soprattutto le auto parcheggiate ovunque in un perfetto caos organizzato impedivano un agile passaggio. Arrivati finalmente all'auto, Oceano, premendo il telecomando della apertura centralizzata, fece illuminare come lampi sotto la pioggia gli indicatori di direzione posti sugli specchietti. I tre erano più divertiti che arrabbiati dall'imprevisto. Scherzavano e, con sottili allusioni, ricordavano i loro precedenti incontri furtivi. Oceano notò come gli abiti bagnati si modellassero sui seni di Selvaggia rendendo ancora più accattivante e lussurioso il suo sguardo. Dopo una breve pausa, si misero a discutere sul posto dove poter proseguire la serata. Oceano nell'attesa reclinò il seggiolino così da poter sfruttare al meglio le dotazioni della sua auto e vedere, dal tetto apribile in parte trasparente, la pioggia battere copiosa e miscelare il suo sottile suono a quello corposo della voce di Selvaggia. Era troppo presto per rientrare e troppo rischioso addentrarsi in affollati locali cittadini pieni di occhi curiosi; così Malaisia finì con il proporre di dirigersi verso la costa dove Oceano aveva il suo rifugio naturale, celato da pini marittimi cresciuti a protezione dei suoi pensieri.











